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Social Media Manager. Cercasi

11 luglio 2010

Forse non tutti sanno poi così bene cosa faccia il Social Media Manager; una figura ibrida, un ruolo nuovo, che aziende e professionisti stanno imparando a conoscere; e anche noi che lo facciamo ogni giorno.

Abbiamo redatto una job description in essere di chi lavora e di chi lavorerà con noi, che può aiutarci a comprendere meglio cosa significa fare social media marketing in TheGoodOnes, quando diciamo di accompagnare le aziende negli spazi sociali per instaurare relazioni di qualità con i propri network.

Il Social Media Manager sviluppa e implementa  la social media strategy dell’azienda, per creare notorietà di marca, generare traffico, incoraggiare la considerazione e l’adozione di prodotto e di servizio. Si coordina con altre figure aziendali, quali di volta in volta: il servizo clienti, lo specialista di prodotto, le pubbliche relazioni, il marketing, la comunicazione.

Il Social Media Manager ha la responsabilità di:

– Implementare la social media strategy, coordinando con l’azienda le varie attività ed incoraggiando l’adozione delle tecniche del social media marketing nella cultura aziendale per tutti i servizi e prodotti.

– Lavorare assieme al team di sviluppo (designer e creativi), assicurando un aggiornamento costante della social architecture, degli strumenti e delle funzionalità dei social network che la costituiscono.

– Sviluppare il programma editoriale del blog e costruire un network ambasciatore dell’azienda nei social media.

– Gestire le social media campaign, ossia promuovere l’azienda negli spazi sociali su base quotidiana: scrivere post e articoli, diffonderli e viralizzarli, dialogare e rispondere a domande (dove appropriato), commentare post e discussioni (nei blog rilevanti), diffondere i contenuti attraverso le social application.

– Monitorare la reale efficacia delle diverse attività e dell’impatto dei programmi di social media marketing; analizzare e redigere report sull’efficacia delle campagne per ottimizzare sforzi e risultati.

– Su base regolare, fornire feedback e insight osservati e ottenuti dalle attività nei social media per implementare ed evolvere la strategia relazionale.

– Monitorare le tendenze, gli strumenti e le applicazioni dei social media che sono in costante evoluzione.

I requisiti?

Deve saper scrivere e bene. Deve comprendere la natura dialogica della rete. Deve avere una profonda conoscenza delle piattaforme social media esistenti, delle loro dinamiche e del loro effettivo e potenziale utilizzo in diversi scenari. Buone conoscenze dei principi di SEO e SMO. Doti organizzative e gestionali. Altro?

Se volete saperne di più leggete il Manuale del Giovane Social Media manager, se volete candidarvi scrivete a nadiabenatti@googlemail.com, se volete aiutarci a sviluppare questa job scrivete qui…

36 commenti leave one →
  1. 11 luglio 2010 22:09

    Ciao,
    sono d’accordo con voi sul fatto che in Italia è una figura quasi ignota, trovo altrettanto vero però, come ho scritto qualche tempo fa (http://internetmanagerblog.com/2009/04/02/perche-il-nuovo-professionista-del-web-e-sempre-piu-specialista-umanista-e%E2%80%A6redditizio-per-l%E2%80%99azienda/), che i nuovi professionisti del web sono sempre più preziosi per le aziende. che dite?

    • 12 luglio 2010 07:39

      dico che siamo in sintonia… e dico che c’è anche una nuova generazione di neo-professionisti che rappresenta l’evoluzione; approccio umanistico e dna tecnologico, creatività visuale concepita come dialogo, sviluppatori tecnologici ‘allevati dalla community’🙂

  2. Mario permalink
    12 luglio 2010 08:59

    Scusate ma ho la vista corta e pessimistica, faccio la pecora nera. Ma in una realtà industriale come il nordest dove le aziende sono nate e cresciute in un ambito familiare e ancor oggi molte sono arroccate in queste realtà vedo difficile che una figura professionale di questo tipo possa trovar spazio. Oggi poi dove tutto è fatto sulle previsioni di spesa a lungo termine, investire in un progetto che non può darti dei parametri certi di rientro. Vedo difficile si possa trovar soddisfazione, orecchie attente.Solo in realtà consolidate e multinazionali, con uno staff manageriale giovane forse trovo pane per i miei denti…..e forse non solo qui nel nordest le conti su una mano????

    • 12 luglio 2010 09:11

      … più in generale è uno degli aspetti del nostro paese ‘non investire in un progetto che non può darti dei parametri certi di rientro’… stare a guardare, aspettare alla finestra, non investire in ricerca e sviluppo… però ti assicuro che il social marketing i rientri li offre; è sui nuovi parametri che occorre lavorare, convincere, fare educazione. non è vero neanche che strutture consolidate come le multinazionali siano flessibili abbastanza nel riparametrarsi adeguatamente…

  3. 12 luglio 2010 10:01

    Codivido il profilo del social media manager, anche se l’Italia non e’ ancora pronta a investire in social media marketing se non in casi di aziende medio grandi. In 6 mesi di Italia mi sono reso conto che la maggiore parte delle aziende medio/piccole ha ancora paura ad investire nel web marketing.

    Il social media marketing oggi e’ come il seo nel 2003 molto soggettivo alla persona/consulente che lo pianifica ed inoltre non automatizzabile, cioe’ richiede risorse umane continue.

    • 15 luglio 2010 09:04

      credo che l’Italia sia l’unico paese al mondo in cui la condizione di azienda “medio-piccola” sia uno stato mentale e non una condizione contingente

  4. 12 luglio 2010 10:23

    In Italia molte delle grandi multinazionali esistenti investono adeguatamente nei social media. Paradossalmente preferiscono investire ingenti capitali nei mass media che piccole qualtità nei social media e loro relativo monitoraggio. Un investimento in questo nuovo settore denota un cambiamento rivoluzionario (per non dire totalmente) del modo di approcciarsi al proprio target o ad un potenziale target, ovvero un modo più diretto ed efficace di arrivare dritti ai propri clienti e far conoscere i propri prodotti/servizi. I social media sono mezzi di comunicazione in evoluzione continua, ogni minuto vengono aggiornate quantità di dati incredibili, i social media sono fatti di persone, utilizzarli significa parlare con queste persone con le quali normalmente non si avrebbe un contatto diretto. Questo approccio è una prassi ovunque, in Italia come dice Marco stiamo a guardare, ci piace vedere il fiume che scorre sotto di noi ricco di pesci ma preferiamo comprarli dagli altri. Noi come azienda non solo monitoriamo tutto il web con un occhio particolare ai social media ma facciamo in modo che aziende grandi e piccole si approccino a questa rivoluzione in modo da viverla in modo diretto. Lavorando a stretto contatto con i nostri clienti abbiamo potuto vedere i risultati di questo cambiamento, risultati che hanno avvicinato le aziende al loro target di riferimento.

  5. Mario permalink
    12 luglio 2010 10:54

    Allora perchè non investire nell’educazione di questo comparto. Se si fà in modo che Confartigianato, Confindustria, formi gli attuali “dirigenti”, tra virgolette perchè in molte realtà sono i fondatori delle stesse, Li avvicini facendogli scoprire queli opportunità potrebbero avere migliorando i propri processi decisionali, utilizzando strumenti per loro nuovi per altri ormai consolidati si potebbe dare una smossa al settore.Lo sforzo educativo secondo me dovrebbe esser consistente, coordinato fra più parti e attori ma darebbe la possibilità alle nuove figure profesisonali quali il social manger di trovare terreno per il proprio ruolo.Penso bisogni investire dal basso partendo da questa educazione, coscienza per sperare di trovar futuro per queste professionalità.

  6. 12 luglio 2010 10:56

    Un profilo del genere dovrebbe guadagnare un sacco di quattrini😀
    Una caratteristica che mi sta molto a cuore è la cura dell’attenzione. Il social media manager dev’essere un po’ uno psicologo della rete, per capire dove, come e quando intervenire.
    Intervenire in ogni discussione ad esempio può risultare stucchevole, come linkare articoli a spron battuto.
    Insomma occorre che chi si candida a questo ruolo tenga in considerazione l’ecologia di rete (occorrerebbe che lo facessimo tutti noi in realtà) perché i flussi di informazione stanno diventando molteplici e ridondanti e di stagisti zelanti ne sto vedendo un po’ troppi (non che abbiano colpe, sono solo figli di un tempo molto ingiusto).

  7. 12 luglio 2010 12:14

    Sono convinto ke il buono e il brutto sia dappetutto… generalizzare su una situazione economica e sociale ke si sviluppa esponenzialmente e in maniera random, è francamente impossibile. Piccole aziende del nord est (dove tra l’altro vivo) ke si possono tranquillamente prendere ad esempio positivo per l’innovazione, la dinamicità e il coraggio… e grandi multinazionali ed aziende storiche in salute (almeno credono) ke somigliano a dei giganti lenti, impacciati e ipovedenti… per darVi un’immagine… Polifemo… Purtroppo ora per necessità ci sono dentro! Aiutatemi…

    Un esempio in crescita, nel quale ho anke avuto l’opportunità di lavorare, è quello nel quale opera Gianluigi… proprio qui nel Veneto, sotto molti aspetti, sta iniziando a “far scuola”…. Speriamo continuino così! Anzi migliorino…

    Vero anke (come dice Mario) di piccole e/o grandi aziende ke potrebbero “rischiare” ma ke tremano alla sola idea di essere DIVERSI… quasi l’omologazione e il fatto di seguire il branco fosse una sicurezza! Direi ke spesso quello seguito è un branco di pecore…

    Concludo specificando ke secondo me vanno seguiti i migliori e su loro va fatta la corsa… ricordiamoci ke la selezione naturale riguarda tutti gli aspetti della vita sociale ed economica!

    A presto e ke l’Unicità sia con Voi!

    Francesco, Qore di Style

  8. Paola Cinti permalink
    12 luglio 2010 14:24

    Mi occupo di Social Media Marketing in una società di Milano e concordo pienamente con le qualità descritte in questo post, ma aggiungerei anche: una buona conoscenza dell’azienda e delle persone che ci lavorano. Il Social Media Marketing non è mai totalmente delegabile e, accanto alle pratiche sempre in evoluzione che dobbiamo studiare/sperimentare/affrontare, c’è anche la capacità di coinvolgere tutta l’azienda in un cambiamento profondo e reale nel modo di relazionarsi verso l’esterno.
    Ad oggi questa è la parte che considero più importante e impegnativa del mio lavoro.

  9. 12 luglio 2010 21:56

    Ciao a tutti, posso capire un certo pessimismo, in quanto in Italia siamo un po’ indietro sull’approccio al social media marketing ma anche al web in generale.
    Tuttavia credo che sia necessario farsi valere, con competenza e capacità di parlare la stessa lingua delle aziende, il che è spesso un limite degli esperti di settore (cfr. http://internetmanagerblog.com/2010/04/19/social-media-marketing-e-la-cultura-aziedale-alcune-considerazioni/).

    Insomma coraggio e lavorate sulle competenze e la qualità!

  10. 13 luglio 2010 15:04

    Sono d’ accordo con la riflessione di Paolo.
    Credo che sia delegabile – magari anche a consulenti esterni – la parte operativa dei social media: le attività strategiche (obiettivo e piano d’ azione) devono rimanere fermamente in mano ai brand o product manager, i quali hanno una visione a 360 gradi ed usano i social media come una variabile tattica della più generale strategia del marketing.

    Credo siano poi del tutto fondate le preoccupazioni di Mario circa l’ applicabilità del social networking tra le piccole aziende italiane (oltre il 90% del totale). Le riflessioni sui social media spesso sono importate dal modello d’ impresa americano, che è molto diverso da quello italiano.

    Personalmente, credo che per fare breccia nel “cuore” di dirigenti e imprenditori di Pmi occorra parlare utilizzando lo stesso loro linguaggio: quindi il focus deve spostari dai concetti di “brand loyalty” o “awareness” alle opportunità di investimenti drasticamente ridotti rispetto al comunicazione tradizionale, meno dispersione e messaggi mirati, possibilità di abbattere i costi di alcuni servizi in sostegno ai clienti utilizzando Facebook e Twitter.

    Un linguaggio e idee più pragmatiche.

    Il professionista di social media deve perciò adattarsi al contesto e possedere una flessibilità tale da riuscire a spiegare i vantaggi del suo lavoro adattando la comunicazione alle caratteristiche dell’ interlocutore, che sia il manager di una multinazionale o l’ imprenditore di una piccola impresa locale a gestione familiare.

    Sono figure che vogliono sentirsi dire cose molto diverse.

    D’ altronde, noi stessi predichiamo sempre molto l’ importanza di adattare il messaggio in funzione do chi ascolta…no?

    • 13 luglio 2010 17:04

      ciao simon… ognuno ha le proprie strategia di vendita…
      credo che la chiave del social media marketing, mondo, sia quella di “far breccia nel cuore delle persone”; non dei dirigenti nè degli imprenditori. questo vale in ogni contesto. questo cambia un modo di comunicare che ormai ha fatto epoca. questo ha diretto la nostra job description del social media manager🙂

  11. 14 luglio 2010 11:16

    Concordo… PERSONE! Finchè continueremo a scrivere e parlare di categorie e di distinzioni non cambierà niente.
    Ki opera in azienda è una Persona ke si deve interfacciare con un’altra Persona fuori dall’organizzazione… I piani sono gli stessi!

    Secondo me è il concetto di base ke è ancora sbagliato… il Social Media Manager non deve essere un ulteriore “venditore” ke opera dietro un pc mascherato da professionista di marketing e ke cerca potenziali clienti!
    La scelta deve essere rivolta verso una persone particolarmente empatica, paziente e curiosa… una sorta di sociologo-psicologo… Nel rapporto con le persone non cè bisogno di semplicità e capacità extra-scolastiche. Poi tutto il resto è un plusvalore…

  12. 14 luglio 2010 17:50

    @ marco marozzi

    Tutto vero sulla necessità di conquistare le persone attraverso una comunicazione innovativa ed ispirata ai principi di condivisione e partecipazione.

    Ma concorderai con me che se non riesco a convincere il mio direttore marketing del vantaggi del social networking, beh ogni buona intenzione muore sul nascere! e nessun progetto di comunicazione 2.0 vedrà mai la luce..

    Noi che ci occupiamo di mkg diciamo sempre che nessun prodotto, anche il più innovativo, si capisce e vende da sè. Necessita di una buona comunicazione che lo racconti per quello che è.

    Stessa cosa vale per i social media. Non possiamo prendercela con gli imprenditori o i dirigenti perchè “non capiscono” i vantaggi dei social media.

    I social media necessitano da parte nostra di essere ben comunicati ed inquadrati all’ interno della strategia aziendale, di modo che siano ben chiari i vantaggi e i rischi.

    Se i manager non capiscono i social media, beh forse la colpa sta un pò nel mezzo: da parte loro una certa pigrizia nel leggere il fenomeno, da parte nostra l’ incapacità di comunicare il fenomeno in modo “appealing”.

    “Appealing” non per noi (che ci piace parlare di loyalty, awareness e compagnia) ma per i manager che ci ascoltano (che vantaggi ho? quanto mi costa? cosa rischio? come influenza la comunicazione? come la vendita? con quali tempi?)

    Non possiamo pensare che i social media si vendano da sè, e che i manager debbano automaticamente adottarli ed affidarci i progetti correlati.

    Parliamo sempre di “ascoltare”, beh allora ascoltiamo anche cosa i nostri responsabili vogliono da noi! E diamoglielo!

    O sbaglio?

  13. 14 luglio 2010 18:05

    ciao a tutti e chiedo scusa se sono un po’ OT. lavorando in rete dal ’95 mi chiedo spesso se in italia ci sia consapevolezza sul fatto che i “professionisti della rete”, come tutti quelli di altri settori, debbano avere una retribuzione da professionisti (e quindi equo, nè basso, nè eccessivo).
    qualcuno mi può aiutare a capire in che range si posizionerebbe lo stipendio lordo o netto di un social media manager? grazie.

  14. Francesca Tumicelli permalink
    14 luglio 2010 18:12

    Leggere questa lunga serie di opinioni mi ha toccata sul vivo.

    Più volte è stato ripreso il tema dell’empatia e della sensibilità del Community Manager,
    che dovrebbe essere “uno psicologo della rete”, “una sorta di sociologo-psicologo”…
    … ho dovuto aspettare 2 anni per iniziare a trovare consensi su questo argomento.

    Io, laureata in psicologia della comunicazione nel 2008 (con tesi riguardante il “Bias direzionale nella visualizzazione di immagini: Eye-Tracking e interazione con il web”) ho accolto subito con grande interesse la “versione web” di tutte le norme sociali e tendenze psicologiche studiate per anni all’università.

    A quel punto ho deciso di rischiare. Perché di questo si tratta “nella realtà industriale del nordest dove le aziende sono nate e cresciute in un ambito familiare” come diceva Mario qui sopra.
    Negli ultimi 2 anni mi sono sentita letteralmente fuori luogo nel mondo delle web agencies, ho dovuto educare clienti ed agenzie ad un uso consapevole dei social media, ricordando loro che la prima parola “social” non è scritta lì per caso…
    Ovviamente il mio lavoro continua a concentrarsi prevalentemente su attività pratiche di gestione account, monitoraggio del comportamento degli utenti e statistiche (che agli occhi del clienti determinano l’unico metro di misura del mio lavoro).

    Nonostante la realtà italiana non sia ancora pronta al passaggio verso i media sociali,
    io non cambio il mio atteggiamento nei confronti di questi strumenti comunicativi che rispetto: perché fatti di persone.
    Continuerò a mantenere un approccio qualitativo e non quantitativo alla gestione delle community.

    • 14 luglio 2010 19:06

      Francesca… hai tutto il nostro supporto (e non è solo perchè anche io sono laureato in psycho)… per il tuo rispetto verso questi canali, per le persone che li disegnano ogni giorno per le relazioni che non si possono solo quantificare🙂

  15. 15 luglio 2010 09:32

    Grazie Marco, leggerò con interesse.
    …mi fa piacere essermi spiegato in modo più chiaro!
    Io al momento sono consulente di marketing nel settore salute. In un piccola azienda per cui lavoro il social networking è un’ interessante tattica di comunicazione che sarà implementata, non nell’ immediato ma in prospettiva…diciamo autunno…magari ci sentiamo più in là!
    Ciao e a presto.

  16. 15 luglio 2010 12:00

    Vedi Francesca, spesso ki guida le aziende possiede indirizzi tecnico-scientifici se non addirittura da giuristi… figuriamoci i casi di “capitani d’impresa” del nord-est ke per ovvi motivi (hanno lavorato sodo per creare da zero delle imprese) non hanno nemmeno una formazione media superiore! Ki lo vede limite ki lo vede valore… kissa????

    Ben vengano quindi gli Umanisti d’Impresa! Marco ce l’ha detto… ne è esempio!

    Sono convinto ke sempre più persone si stiano spostando verso studi incentrati sul comportamento, sui bisogni e sulle relazioni. Il futuro è questo e probabilmente abbiamo già perso molto tempo…

  17. 15 luglio 2010 16:32

    Lo scrivevo ad aprile: “Viviamo in una società internet oriented dove l’80% dei millenials – la generazione y, ossia i nativi digitali che ora hanno tra i 16 e i 20 anni – usa quotidianamente i social media e il 20% degli over 65 compie operazioni di e-banking con estrema disinvoltura. Come può essere che le società stiano ancora sulla difensiva?” (http://www.pragmatiko.it/2010/04/09/92/)

    Complimenti Marco per il tuo instancabile lavoro, apprezzo molto questo post. Lavoro da ormai un anno per un’agenzia di comunicazione come social media strategist e per ora i progetti che ho sviluppato sono pochi rispetto a quelli che avrei voluto vedere in atto, Questo proprio per l’atteggiamento “pessimistico” letto in alcuni commenti qui sopra…

    Quando è nato Internet non erano pochi quelli che dicevano che i siti per le aziende erano inutili. Poi è toccato ai SEO, altre figure “inutili”. Poi gli sviluppatori vari ed eventuali. E così sarà sempre… Abbiamo bisogno di “crederci” di più… Guardatevi l’ultimo video di Socialnomics su youtube: io personalmente lo trovo illuminante, anche per le “piccole aziende familiari”. http://www.youtube.com/watch?v=lFZ0z5Fm-Ng

    Nell’articolo che ho riportato in link mi spiego molto meglio, ma sono del tutto d’accordo con le riflessioni di Marco. E poi aggiungo un esempio: Obama non ha vinto perchè nero o molto bravo a parlare. Obama ha vinto le elezioni perchè ha saputo usare magistralmente la Rete. E guarda caso prima ha lavorato nel web marketing…

    A presto,
    Matteo

  18. Mario permalink
    16 luglio 2010 09:10

    Sono molto più ottimista. Nelle piccole e media imprese familiari vedo un grande potenziale. Secondo me le PMI, dovremmo approcciarle prima acculturando gli attuali vertici verso queste nuove figure.Probabilmente sbagliamo a presentare le figure in realtà dove per “ignoranza” precostituita si vuole rimanere distanti da queste realtà.Si parte dal preconcetto che siano inutili e non proficue, non essendo vicine a quel modo/stile di formare la persona che si aveva ai vecchi tempi e significava insegnargli ad esser capo prima imparando ad esser un gran la manovale. Proprio perchè la maggior parte delle piccole e medie imprese hanno oggi ai loro vertici persone over 65, e sono ancorate alla loro formazione familiare. E’ un bacino che se adeguatamente coltivato, acculturato secondo me dà i suoi frutti.Manca (e qui forse è la mia visione ad esser corta”) una strategia in progetto su questo bacino.Si preferisce avvicinare realtà modernamente strutturate dove si sà già di incontrare controparti con cui dialogare sullo stesso piano strategico, ma che magari pongono dei freni a causa delle attuali strategie aziendali di contenimento costi a causa della crisi.

    • 16 luglio 2010 09:52

      su questo e sugli altri interventi, vi pongo una domanda: “se esiste una nuova generazione di comunicatori (i social media manager) esiste una nuova generazione di imprenditori?”

  19. 16 luglio 2010 12:11

    Secondo me non esiste una nuova generazione di imprenditori.
    Ma neanche una nuova generazione di comunicatori, eh.

    Magari cambiano gli strumenti e i mezzi, ma i protagonisti sono sempre gli stessi. Il punto rimane sempre lo stesso: saper cogliere le occasioni, in ogni tipo di mercato o media.

    Mi sbaglio?

    • 16 luglio 2010 12:22

      Beh… imprenditori, attorno ai 30 anni, che crescono tra facebook, un blog e l’azienda di famiglia? Non ce ne sono?

  20. 17 luglio 2010 22:34

    E ce ne sono si! Lunedì si continua a parlarne è! Buon week end Signore e Signori!

  21. 5 ottobre 2010 12:08

    La figura descritta in realtà, a seconda delle aziende, ha un nome diverso. Da me si chiama Community Manager ed è quello che sono io, ma risponde anche ai criteri di social pienamente condivisi nel lavoro di tutti i giorni.

    In più io parto come giornalista… non vi dico il “non” passaggio di lavoro quanto sia stato poco capito dai miei ex colleghi… Detto ciò, vado a leggermi il manuale.🙂

    • 5 ottobre 2010 13:39

      ciao elena… etichette a parte, sarebbe interessante invece conoscere la tua esperienza di passaggio!

  22. 6 ottobre 2010 13:59

    Ho letto il manuale e l’ho trovato divertente ed interessante, penso che chi lavora sul web e con i social media spesso si trova a dover sperimentare strumenti ed eventi che vengono poi migliorati e raffinati in base alle occasioni di sviluppo. Netcreativi o mediacomunicativi sono ruoli giovani che scaturiscono creatività, curiosità, passione, tenacia su varie forme e livelli e tanti altri attributi necessari per chi come me vuole e cerca di affrontare questi sentieri digitali passando da un universo all’altro imparando ogni giorno qualcosa e soprattutto divertendosi….

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